A 47 anni, vita "fallita": come reagire e ricostruire?
Salve, ho quasi 47 anni e nella vita non ho realizzato niente, anzi, ho fatto più male che bene, più danni che utili.
Mi ritrovo a convivere con mia madre, senza un lavoro, senza una casa mia, senza una famiglia mia ne tanto meno vita affettiva o sociale.
Ultimamente, anche in seguiito alle violente litigate con mia madre che mi rimprovera tutto questo, mi sento sempre più stanco e penso che non esista futuro per me.
Mi ritengo un fallito, un perdente, un buono a nulla che sopravvive con un'elemosina da parte dello Stato, 350 euro di invalidità per disturbo schizoaffettivo di tipo bipolare, vorrei suggerimenti su come uscirne, grazie.
Mi ritrovo a convivere con mia madre, senza un lavoro, senza una casa mia, senza una famiglia mia ne tanto meno vita affettiva o sociale.
Ultimamente, anche in seguiito alle violente litigate con mia madre che mi rimprovera tutto questo, mi sento sempre più stanco e penso che non esista futuro per me.
Mi ritengo un fallito, un perdente, un buono a nulla che sopravvive con un'elemosina da parte dello Stato, 350 euro di invalidità per disturbo schizoaffettivo di tipo bipolare, vorrei suggerimenti su come uscirne, grazie.
Gentile utente,
L'inizio di un nuovo anno è per molte persone una fase di bilancio e di rilancio.
Nel suo caso Lei ormai quasi cinquantenne ci presenta un un bilancio personale perdente, sia per quanto riguarda il passato che per il presente; in parte riteniamo causato dalla sua patologia che -come ci dice in altro consulto- è stata purtroppo riconosciuta, diagnosticata e dunque curata solo da poco tempo.
Ci chiede dei suggerimenti su come uscirne.
Purtroppo, una situazione complessa e che dura da una vita non è in grado di giovarsi di "qualche suggerimento", se non il suggerimento cardin: chiedere un supporto psicologico. Ogni persona che soffre di una patologia cronica dovrebbe essere supportata psicologicamente; non è semplice infatti il lavoro costante di adattamento alla vita che occorre fare, non è facile farsi capire da chi sta attorno, non è sempre possibile nemmeno capire se stessi. L'apporto costante di un* Psicolog* può essere determinante come interfaccia non giudicante per i propri pensieri e proprie emozioni e in grado di suscitare energia nell'agire.
L'Azienda sanitaria, il Consultorio, il Centro di Igiene mentale, mettono a disposizione gratuitamente tale risorsa; occorre "solo" (talvolta non è poco) avere il coraggio, il desiderio, la determinazione di chiedere (e la pazienza di attendere la lista d'attesa).
Detto questo, lei attualmente potrebbe iniziare dal cerchio più prossimo, quello familiare.
Bonificare la relazione con sua madre sarebbe fondamentale per il suo benessere, di Lei che ci scrive. Non essere riconosciuti e visti nemmeno dalla propria madre, essere considerati persone e figli ingombranti ed inutili, colpisce nel profondo.
D'altra parte, una madre ha la legittima aspettativa che i figli crescano anagraficamente e psicologicamente, e che dunque diventino autonomi. E forse anche che siano di sostegno ai genitori che invecchiano. E dunque la frustrazione per avere un figlio che non si realizza in nulla confina con una grande preoccupazione per sè.
Occorre peraltro aggiungere che le patologie psichiche non sono facilmente comprensibili dalla persona comune, neanche dalle madri:
la disabilità fisica è evidente, palpabile, e dunque riscuote maggiore comprensione e accettazione.
Altri suggerimenti ovvi, ai quali lei avrà già pensato, riguardano il trovare un ambito di espressione di sé, di aiuto agli altri, di amicizia.
Dico suggerimenti "ovvi" perché è più facile dirlo che farlo quando si è da soli e non si ha l'aiuto costante di una persona o professionista preparata. Ma qui torniamo al punto precedente.
Un suggerimento operativo "piccolo" ma potenzialmente immediato.
Cominci ad assumersi una responsabilità "piccola" ma certa nell'ambito familiare, ad esempio sparecchiare dopo il pasto, rifarsi il letto e cambiarsi da sé le lenzuola.
Altrettanto importante è assumersi le responsabilità dell'igiene personale quotidiana, che talvolta -in mancanza di rapporti sociali extrafamiglia- viene ritenuta un optional aggravando la disistima nei confronti di sé.
Ritiene di potersi impegnare con noi qui su uno di questi punti?
Saluti cordiali.
Dott. Brunialti
L'inizio di un nuovo anno è per molte persone una fase di bilancio e di rilancio.
Nel suo caso Lei ormai quasi cinquantenne ci presenta un un bilancio personale perdente, sia per quanto riguarda il passato che per il presente; in parte riteniamo causato dalla sua patologia che -come ci dice in altro consulto- è stata purtroppo riconosciuta, diagnosticata e dunque curata solo da poco tempo.
Ci chiede dei suggerimenti su come uscirne.
Purtroppo, una situazione complessa e che dura da una vita non è in grado di giovarsi di "qualche suggerimento", se non il suggerimento cardin: chiedere un supporto psicologico. Ogni persona che soffre di una patologia cronica dovrebbe essere supportata psicologicamente; non è semplice infatti il lavoro costante di adattamento alla vita che occorre fare, non è facile farsi capire da chi sta attorno, non è sempre possibile nemmeno capire se stessi. L'apporto costante di un* Psicolog* può essere determinante come interfaccia non giudicante per i propri pensieri e proprie emozioni e in grado di suscitare energia nell'agire.
L'Azienda sanitaria, il Consultorio, il Centro di Igiene mentale, mettono a disposizione gratuitamente tale risorsa; occorre "solo" (talvolta non è poco) avere il coraggio, il desiderio, la determinazione di chiedere (e la pazienza di attendere la lista d'attesa).
Detto questo, lei attualmente potrebbe iniziare dal cerchio più prossimo, quello familiare.
Bonificare la relazione con sua madre sarebbe fondamentale per il suo benessere, di Lei che ci scrive. Non essere riconosciuti e visti nemmeno dalla propria madre, essere considerati persone e figli ingombranti ed inutili, colpisce nel profondo.
D'altra parte, una madre ha la legittima aspettativa che i figli crescano anagraficamente e psicologicamente, e che dunque diventino autonomi. E forse anche che siano di sostegno ai genitori che invecchiano. E dunque la frustrazione per avere un figlio che non si realizza in nulla confina con una grande preoccupazione per sè.
Occorre peraltro aggiungere che le patologie psichiche non sono facilmente comprensibili dalla persona comune, neanche dalle madri:
la disabilità fisica è evidente, palpabile, e dunque riscuote maggiore comprensione e accettazione.
Altri suggerimenti ovvi, ai quali lei avrà già pensato, riguardano il trovare un ambito di espressione di sé, di aiuto agli altri, di amicizia.
Dico suggerimenti "ovvi" perché è più facile dirlo che farlo quando si è da soli e non si ha l'aiuto costante di una persona o professionista preparata. Ma qui torniamo al punto precedente.
Un suggerimento operativo "piccolo" ma potenzialmente immediato.
Cominci ad assumersi una responsabilità "piccola" ma certa nell'ambito familiare, ad esempio sparecchiare dopo il pasto, rifarsi il letto e cambiarsi da sé le lenzuola.
Altrettanto importante è assumersi le responsabilità dell'igiene personale quotidiana, che talvolta -in mancanza di rapporti sociali extrafamiglia- viene ritenuta un optional aggravando la disistima nei confronti di sé.
Ritiene di potersi impegnare con noi qui su uno di questi punti?
Saluti cordiali.
Dott. Brunialti
Dr. Carla Maria BRUNIALTI
Psicoterapeuta, Sessuologa clinica, Psicologa europea.
https://www.centrobrunialtipsy.it/
Utente
Grazie della risposta.
Si mi sto rivolgendo ai servizi sociali. Visto che sono di peso in questo contesto e che mia madre è oramai anziana e malata, è meglio se mi trasferisco in una struttura.
Per la psicologa, domani mattina chiamo il csm ma non credo mi possa servire a molto se non ad accettare la realtà.
Pee quanto riguarda la mia autonomia, provvedo da solo alla mia igiene personale e alla mia cucina, nonché alla mia camera da letto.
Si mi sto rivolgendo ai servizi sociali. Visto che sono di peso in questo contesto e che mia madre è oramai anziana e malata, è meglio se mi trasferisco in una struttura.
Per la psicologa, domani mattina chiamo il csm ma non credo mi possa servire a molto se non ad accettare la realtà.
Pee quanto riguarda la mia autonomia, provvedo da solo alla mia igiene personale e alla mia cucina, nonché alla mia camera da letto.
".. la psicologa, non credo mi possa servire a molto se non ad accettare la realtà."
Riuscire ad accettare la realtà è il primo e non facile passo
-per modificarla,
-per riuscire a trovare strategie più efficaci,
-per togliere la rabbia nei confronti della vita,
-ed altro.
Il sostegno psicologico rappresenta un valido aiuto in questo impegnativo percorso personale.
Sono felice per le Sue autonomie che descrive in replica, ma delle quali però Lei sembra non gedere. Forse Lei è fin troppo severo con se stesso?
Grazie per le stelline.
Saluti cari.
dott. Brunialti
Riuscire ad accettare la realtà è il primo e non facile passo
-per modificarla,
-per riuscire a trovare strategie più efficaci,
-per togliere la rabbia nei confronti della vita,
-ed altro.
Il sostegno psicologico rappresenta un valido aiuto in questo impegnativo percorso personale.
Sono felice per le Sue autonomie che descrive in replica, ma delle quali però Lei sembra non gedere. Forse Lei è fin troppo severo con se stesso?
Grazie per le stelline.
Saluti cari.
dott. Brunialti
Dr. Carla Maria BRUNIALTI
Psicoterapeuta, Sessuologa clinica, Psicologa europea.
https://www.centrobrunialtipsy.it/
Questo consulto ha ricevuto 3 risposte e 519 visite dal 07/01/2026.
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