zia narcisista: relazione sabotata, come reagire?
Volevo un parere, vi è mai capitato che la zia narcisista del compagno si intromettesse nelle relazione mettendo uno contro l' altro, costringendo a lasciarsi, inventando cose non vere, minacciando, facendomi contattare da finte nuove compagne che mi spingevano ad allontanarmi, dando colpe inesistenti?
Io all' inizio cioè per mesi non mi sono nemmeno resa conto che dietro a tutto il caos che si è creato c' era lei.
Lui è irriconoscibile, non è più la stessa persona, non capisco se si rende conto di cosa sta facendo sua zia.
Ho provato più volte a riavvicinarlo e lui sembra ben disposto ma poi interviene lei e lui retrocede.
Mi date qualche consiglio?
Come devo comportarmi?
Cosa devo fare?
Io all' inizio cioè per mesi non mi sono nemmeno resa conto che dietro a tutto il caos che si è creato c' era lei.
Lui è irriconoscibile, non è più la stessa persona, non capisco se si rende conto di cosa sta facendo sua zia.
Ho provato più volte a riavvicinarlo e lui sembra ben disposto ma poi interviene lei e lui retrocede.
Mi date qualche consiglio?
Come devo comportarmi?
Cosa devo fare?
Gentile utente,
capisco il bisogno di dare un nome a ciò che sta vivendo. Quando una situazione diventa caotica, dolorosa e difficile da spiegare, è naturale cercare un’etichetta che aiuti a mettere ordine. La definizione di zia narcisista sembra nascere proprio da questo: dal tentativo di trovare una spiegazione a comportamenti che lei ha vissuto come invasivi, manipolatori e destabilizzanti.
Detto questo, è importante fermarsi un attimo su da dove arriva questa etichetta. Non tanto per stabilire se sia giusta o sbagliata, ma per capire cosa sta dicendo del suo vissuto. Spesso queste definizioni emergono quando ci si sente messi all’angolo, confusi, privati di una posizione chiara, e si ha bisogno di individuare una causa esterna che spieghi il dolore e la perdita di controllo. In questo senso, l’etichetta parla più dell’impatto che questa figura ha avuto su di lei che di una diagnosi reale.
Venendo però alla sua richiesta concreta di consiglio: anche ammettendo che la zia abbia un ruolo molto ingombrante, il punto decisivo resta il comportamento del suo compagno. È lui che, nei fatti, permette che una terza persona entri così tanto nella relazione. È lui che avanza e poi retrocede. È lui che, ad oggi, non riesce a tenere una posizione chiara e protettiva.
Per questo, il consiglio non è cercare di smascherare o contrastare la zia, ma spostare l’attenzione su ciò che è davvero nelle sue possibilità: osservare se lui è in grado di scegliere, di parlare apertamente con lei, di assumersi la responsabilità della relazione. Se questo non accade, nessuna strategia contro l’ingerenza esterna potrà davvero funzionare.
Forse può essere utile chiedersi, con calma:
cosa mi dà questa spiegazione sulla zia? mi aiuta a stare meglio o mi tiene bloccata?
se tolgo per un momento lei dalla scena, cosa resta del legame tra me e il mio compagno?
Non sono domande per trovare subito una risposta, ma per iniziare a riportare il centro su di lei e su ciò che può tutelarla. Capire questo può aiutarla a non restare intrappolata in una lotta che rischia di consumarla senza darle certezze.
Un caro saluto.
capisco il bisogno di dare un nome a ciò che sta vivendo. Quando una situazione diventa caotica, dolorosa e difficile da spiegare, è naturale cercare un’etichetta che aiuti a mettere ordine. La definizione di zia narcisista sembra nascere proprio da questo: dal tentativo di trovare una spiegazione a comportamenti che lei ha vissuto come invasivi, manipolatori e destabilizzanti.
Detto questo, è importante fermarsi un attimo su da dove arriva questa etichetta. Non tanto per stabilire se sia giusta o sbagliata, ma per capire cosa sta dicendo del suo vissuto. Spesso queste definizioni emergono quando ci si sente messi all’angolo, confusi, privati di una posizione chiara, e si ha bisogno di individuare una causa esterna che spieghi il dolore e la perdita di controllo. In questo senso, l’etichetta parla più dell’impatto che questa figura ha avuto su di lei che di una diagnosi reale.
Venendo però alla sua richiesta concreta di consiglio: anche ammettendo che la zia abbia un ruolo molto ingombrante, il punto decisivo resta il comportamento del suo compagno. È lui che, nei fatti, permette che una terza persona entri così tanto nella relazione. È lui che avanza e poi retrocede. È lui che, ad oggi, non riesce a tenere una posizione chiara e protettiva.
Per questo, il consiglio non è cercare di smascherare o contrastare la zia, ma spostare l’attenzione su ciò che è davvero nelle sue possibilità: osservare se lui è in grado di scegliere, di parlare apertamente con lei, di assumersi la responsabilità della relazione. Se questo non accade, nessuna strategia contro l’ingerenza esterna potrà davvero funzionare.
Forse può essere utile chiedersi, con calma:
cosa mi dà questa spiegazione sulla zia? mi aiuta a stare meglio o mi tiene bloccata?
se tolgo per un momento lei dalla scena, cosa resta del legame tra me e il mio compagno?
Non sono domande per trovare subito una risposta, ma per iniziare a riportare il centro su di lei e su ciò che può tutelarla. Capire questo può aiutarla a non restare intrappolata in una lotta che rischia di consumarla senza darle certezze.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941
Utente
Si lui in effetti non vuole parlarne, ma non solo con me, con tutti, lui si isola, si estranea quando si cerca di introdurre l' argomento e si nasconde dietro scuse assurde. Non capisco se non ne vuole parlare perché si vergogna o se perché non può perché è ricattato (minacciato di essere sbattuto fuori casa). Poi è stranissimo il comportamento, con me è l' esatto contrario di prima, qualsiasi cosa non va più bene, si comporta in un determinato modo, anche ben disposto nei miei confronti poi dopo qualche ora ritratta tutto. Questa zia ha una influenza enorme, da quando lui la accudisce non è più riuscito ad avere una relazione perché tutte sono state interrotte e sempre con la zia di mezzo. Stessa cosa successa con il figlio della zia, deceduto anni fa.
Con me questa donna ha cercato di allontanarmi facendomi credere che il nipote aveva avuto problemi al lavoro ed era impazzito per questo, poi che mi tradiva, poi che lui non vedermi, poi mi ha minacciata dicendomi di non farmi più vedere altrimenti ti ammazza, non ne vuole più sapere di te, poi, non essendo riuscita, mi ha proibito di entrare nella struttura dove si trova perché le facevo venire l' esaurimento, ha chiesto al mio commercialista la mia situazione economica per sapere se avrei potuto rubare soldi, mi ha fatto contattare da ragazze che dicevano essere nuove compagne per allontanarmi dal nipote, non si poteva più parlarle altrimenti se la zia ti vede combina una casino, mi ha accusata di essere una scema che mette idee folli in testa al nipote e di aver cambiato carattere e non essere più la stessa (non so da cosa lo dedica, visto che non l' ho più vista). Siamo controllati a vista, io non posso andare da lui altrimenti i vicino lo riferiscono, fuori dalla struttura non possiamo vederci altrimenti oss e infermiere lo riferiscono alla zia, lui ha paura a vedermi perché altrimenti si lascia andare e non può...
In tutta questa situazione lui si sentiva strano, confuso, testa pesante, diceva mi sento qualcosa ma non riesco a capire cosa mi sta succedendo, era nervoso, continuava a farsi male, si isolava, voleva restare solo, gli dava fastidio tutto, diceva se ti vedo sto male e vado in crisi, mi vergogno per come mi sono comportato e mi sto comportando ma non posso fare altrimenti...questa è la situazione.
Con me questa donna ha cercato di allontanarmi facendomi credere che il nipote aveva avuto problemi al lavoro ed era impazzito per questo, poi che mi tradiva, poi che lui non vedermi, poi mi ha minacciata dicendomi di non farmi più vedere altrimenti ti ammazza, non ne vuole più sapere di te, poi, non essendo riuscita, mi ha proibito di entrare nella struttura dove si trova perché le facevo venire l' esaurimento, ha chiesto al mio commercialista la mia situazione economica per sapere se avrei potuto rubare soldi, mi ha fatto contattare da ragazze che dicevano essere nuove compagne per allontanarmi dal nipote, non si poteva più parlarle altrimenti se la zia ti vede combina una casino, mi ha accusata di essere una scema che mette idee folli in testa al nipote e di aver cambiato carattere e non essere più la stessa (non so da cosa lo dedica, visto che non l' ho più vista). Siamo controllati a vista, io non posso andare da lui altrimenti i vicino lo riferiscono, fuori dalla struttura non possiamo vederci altrimenti oss e infermiere lo riferiscono alla zia, lui ha paura a vedermi perché altrimenti si lascia andare e non può...
In tutta questa situazione lui si sentiva strano, confuso, testa pesante, diceva mi sento qualcosa ma non riesco a capire cosa mi sta succedendo, era nervoso, continuava a farsi male, si isolava, voleva restare solo, gli dava fastidio tutto, diceva se ti vedo sto male e vado in crisi, mi vergogno per come mi sono comportato e mi sto comportando ma non posso fare altrimenti...questa è la situazione.
Gentile utente,
mi fermo perché, anche alla luce di questo ulteriore messaggio, il quadro resta poco chiaro e non consente di orientarsi in modo serio.
Nel suo racconto compaiono elementi molto diversi e molto gravi, ma non sufficientemente definiti. Ad esempio, quando scrive che lui continua a farsi male , non è chiaro cosa intenda: se si riferisce a incidenti, a comportamenti volontari, a un modo di dire legato al suo stato emotivo. Questo vale anche per altri passaggi del suo messaggio.
Allo stesso modo, non è chiaro:
chi si trovi nella struttura di cui parla,
perché vi si trovi,
quale sia il ruolo concreto di oss, infermieri e della zia,
se le minacce e i divieti che riporta le siano stati rivolti direttamente o riferiti da lui,
quali fatti ha vissuto personalmente e quali invece sono deduzioni o racconti indiretti.
Senza queste distinzioni, qualsiasi lettura rischia di essere arbitraria o fuorviante. Non è possibile capire se ci troviamo di fronte a una situazione reale di controllo esterno, a una dinamica familiare molto complessa, o a un racconto filtrato dal disagio e dalla confusione emotiva che lei stessa descrive anche in lui.
Per poterle rispondere in modo utile, è necessario che il racconto venga riportato in modo più chiaro e lineare, chiarendo i punti fondamentali e separando i fatti dalle interpretazioni. In caso contrario, non è possibile esprimere un parere responsabile.
La invito quindi, se lo desidera, a rileggere con calma quanto ha scritto e a riformulare la situazione precisando questi aspetti. Solo così sarà possibile provare a fare chiarezza e capire come tutelarsi.
Un caro saluto.
mi fermo perché, anche alla luce di questo ulteriore messaggio, il quadro resta poco chiaro e non consente di orientarsi in modo serio.
Nel suo racconto compaiono elementi molto diversi e molto gravi, ma non sufficientemente definiti. Ad esempio, quando scrive che lui continua a farsi male , non è chiaro cosa intenda: se si riferisce a incidenti, a comportamenti volontari, a un modo di dire legato al suo stato emotivo. Questo vale anche per altri passaggi del suo messaggio.
Allo stesso modo, non è chiaro:
chi si trovi nella struttura di cui parla,
perché vi si trovi,
quale sia il ruolo concreto di oss, infermieri e della zia,
se le minacce e i divieti che riporta le siano stati rivolti direttamente o riferiti da lui,
quali fatti ha vissuto personalmente e quali invece sono deduzioni o racconti indiretti.
Senza queste distinzioni, qualsiasi lettura rischia di essere arbitraria o fuorviante. Non è possibile capire se ci troviamo di fronte a una situazione reale di controllo esterno, a una dinamica familiare molto complessa, o a un racconto filtrato dal disagio e dalla confusione emotiva che lei stessa descrive anche in lui.
Per poterle rispondere in modo utile, è necessario che il racconto venga riportato in modo più chiaro e lineare, chiarendo i punti fondamentali e separando i fatti dalle interpretazioni. In caso contrario, non è possibile esprimere un parere responsabile.
La invito quindi, se lo desidera, a rileggere con calma quanto ha scritto e a riformulare la situazione precisando questi aspetti. Solo così sarà possibile provare a fare chiarezza e capire come tutelarsi.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
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Utente
Lui diceva che è nervoso e continua ad avere incidenti sul lavoro, non comportamenti volontari.
La zia è ricoverata in una struttura per anziani perché, dopo una caduta in cui ha rotto il femore, il nipote non riusciva più ad accudirla in casa perché lei pretendeva che lui la assistente h 24, lo lasciava solo andare al lavoro e fare le commissioni di cui la zia aveva bisogno, per il resto del tempo voleva che stesse solo con lei.
Alcune infermiere, oss o parenti dei degenti, raccontano alla zia cosa succede fuori dalla struttura, se io e il ragazzo ci vediamo e cosa facciamo tanto che, quando ci siamo visti li, lui si guardava sempre intorno e aveva paura che qualcuno ci vedesse altrimenti la zia lo rimprovera. È capitato anche a me di passare per altri motivi e la zia mi ha fatto il terzo grado per sapere cosa facevo, perché non sono entrata, dove andavo....
Minacce e divieti sono stati rivolti direttamente a me in prima persona e non riportati da lui. Ho riletto il messaggio, quello che ho scritto sono tutti fatti vissuti in prima persona, non c'è nulla di riportato.
La zia è ricoverata in una struttura per anziani perché, dopo una caduta in cui ha rotto il femore, il nipote non riusciva più ad accudirla in casa perché lei pretendeva che lui la assistente h 24, lo lasciava solo andare al lavoro e fare le commissioni di cui la zia aveva bisogno, per il resto del tempo voleva che stesse solo con lei.
Alcune infermiere, oss o parenti dei degenti, raccontano alla zia cosa succede fuori dalla struttura, se io e il ragazzo ci vediamo e cosa facciamo tanto che, quando ci siamo visti li, lui si guardava sempre intorno e aveva paura che qualcuno ci vedesse altrimenti la zia lo rimprovera. È capitato anche a me di passare per altri motivi e la zia mi ha fatto il terzo grado per sapere cosa facevo, perché non sono entrata, dove andavo....
Minacce e divieti sono stati rivolti direttamente a me in prima persona e non riportati da lui. Ho riletto il messaggio, quello che ho scritto sono tutti fatti vissuti in prima persona, non c'è nulla di riportato.
Gentile utente,
la ringrazio per le precisazioni: ora il quadro è più comprensibile. È importante aver chiarito cosa intendeva per incidenti , chi è ricoverato nella struttura e che le minacce e i divieti le siano stati rivolti direttamente. Questo cambia il livello della situazione.
Detto questo, provo a risponderle in modo il più possibile chiaro e concreto.
Da ciò che descrive emergono due elementi distinti, entrambi rilevanti.
Il primo riguarda lui. Al di là delle pressioni familiari, si tratta di una persona che vive in una condizione di forte dipendenza emotiva e pratica dalla zia, con confini molto fragili. Il fatto che si senta nervoso, confuso, che eviti il confronto, che cambi posizione rapidamente e che viva con paura di essere visto o rimproverato indica che oggi non è libero di scegliere una relazione, né di sostenerla. Non per cattiveria, ma per una situazione di invischiamento che lo sovrasta. Questo, però, resta un dato di realtà: qualunque sia la causa, lui non riesce a esserci in modo stabile.
Il secondo elemento riguarda lei. Qui è necessario essere molto chiari: le minacce, i controlli, gli interrogatori, l’idea di essere osservata o segnalata non sono aspetti normali di una dinamica sentimentale, né qualcosa che lei debba tollerare o gestire da sola. Anche se nascono da una situazione familiare complessa, la espongono a un livello di stress e di allarme continuo che non è sano.
Venendo alla sua domanda su cosa fare:
non può liberarlo da questa dinamica, né proteggerlo al posto suo;
non può continuare a frequentarlo accettando paura, segretezza e instabilità come prezzo;
può invece fermarsi e chiedersi se questa relazione, così com’è oggi, le consente di stare bene e di sentirsi al sicuro.
Il punto non è stabilire se la zia abbia troppo potere o se lui sia vittima: il punto è che lei si trova coinvolta in una situazione che la sta logorando, e che non dipende dalle sue azioni o dalla sua pazienza.
A questo livello, il consiglio più onesto è di mettere un limite, anche emotivo, e di tutelarsi. Non perché lei non tenga a lui, ma perché una relazione che può esistere solo di nascosto, nella paura e nella confusione, rischia di farle molto male.
Vista la complessità e la carica emotiva di ciò che racconta, parlarne in uno spazio di supporto personale potrebbe aiutarla a fare chiarezza e a non restare sola dentro questa tensione costante. Non per capire meglio lui , ma per capire cosa è sostenibile per lei.
Un caro saluto.
la ringrazio per le precisazioni: ora il quadro è più comprensibile. È importante aver chiarito cosa intendeva per incidenti , chi è ricoverato nella struttura e che le minacce e i divieti le siano stati rivolti direttamente. Questo cambia il livello della situazione.
Detto questo, provo a risponderle in modo il più possibile chiaro e concreto.
Da ciò che descrive emergono due elementi distinti, entrambi rilevanti.
Il primo riguarda lui. Al di là delle pressioni familiari, si tratta di una persona che vive in una condizione di forte dipendenza emotiva e pratica dalla zia, con confini molto fragili. Il fatto che si senta nervoso, confuso, che eviti il confronto, che cambi posizione rapidamente e che viva con paura di essere visto o rimproverato indica che oggi non è libero di scegliere una relazione, né di sostenerla. Non per cattiveria, ma per una situazione di invischiamento che lo sovrasta. Questo, però, resta un dato di realtà: qualunque sia la causa, lui non riesce a esserci in modo stabile.
Il secondo elemento riguarda lei. Qui è necessario essere molto chiari: le minacce, i controlli, gli interrogatori, l’idea di essere osservata o segnalata non sono aspetti normali di una dinamica sentimentale, né qualcosa che lei debba tollerare o gestire da sola. Anche se nascono da una situazione familiare complessa, la espongono a un livello di stress e di allarme continuo che non è sano.
Venendo alla sua domanda su cosa fare:
non può liberarlo da questa dinamica, né proteggerlo al posto suo;
non può continuare a frequentarlo accettando paura, segretezza e instabilità come prezzo;
può invece fermarsi e chiedersi se questa relazione, così com’è oggi, le consente di stare bene e di sentirsi al sicuro.
Il punto non è stabilire se la zia abbia troppo potere o se lui sia vittima: il punto è che lei si trova coinvolta in una situazione che la sta logorando, e che non dipende dalle sue azioni o dalla sua pazienza.
A questo livello, il consiglio più onesto è di mettere un limite, anche emotivo, e di tutelarsi. Non perché lei non tenga a lui, ma perché una relazione che può esistere solo di nascosto, nella paura e nella confusione, rischia di farle molto male.
Vista la complessità e la carica emotiva di ciò che racconta, parlarne in uno spazio di supporto personale potrebbe aiutarla a fare chiarezza e a non restare sola dentro questa tensione costante. Non per capire meglio lui , ma per capire cosa è sostenibile per lei.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
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Utente
Ma il problema, oltre ad essere una situazione insostenibile, è che non voglio rinunciare a una relazione e a una amicizia che entrambi volevamo tanto e ci tenevamo per colpa di una persona che si è messa in mezzo e ha fatto di tutto per allontanarci e continua ancora ad allontanarci in tutti i modi e a trovare tutte le scuse per tenerci lontano.
Quello che mi preme, è capire se questa situazione è chiaramente tossica per entrambi oppure se può essere oggetto di diverse interpretazioni.
Quello che mi preme, è capire se questa situazione è chiaramente tossica per entrambi oppure se può essere oggetto di diverse interpretazioni.
Gentile utente,
capisco bene il bisogno che esprime adesso: non sta solo chiedendo un parere, sta cercando una risposta che chiuda il dubbio, che le dica se vale la pena resistere o se deve rinunciare. È umano, quando una situazione dura da tempo ed è così faticosa.
Provo però a essere onesto con lei, senza spostarmi né indietro né avanti rispetto a quello che ha già portato. La domanda è tossica oppure no? dà l’idea che esista una definizione netta che, una volta pronunciata, risolva tutto. In realtà, da quello che racconta, qui non c’è una verità unica che possa funzionare come soluzione definitiva.
Non perché la situazione non sia problematica, lo è, ed è oggettivamente molto pesante, ma perché il nodo non sta solo nella dinamica esterna. Sta anche nel fatto che lei è coinvolta emotivamente, che ci tiene, che non vuole rinunciare a qualcosa che sente vero. Finché questo resta così, nessuna etichetta potrà davvero sciogliere il legame o darle pace.
Si può dire che il contesto in cui questa relazione si muove oggi è insostenibile. Si può dire che la sta consumando. Ma decidere cosa fare non dipende da una diagnosi della situazione, dipende da quanto lei può e vuole continuare a reggere, e da cosa le sta chiedendo questa storia sul piano personale.
Per questo, più che cercare una sentenza definitiva qui, forse il passaggio è accettare che questa chiarezza non nasce tutta in una risposta, ma da un lavoro più graduale: rimettere al centro se stessa, i suoi limiti, il prezzo che sta pagando, e capire se restare agganciata a questa relazione la avvicina o la allontana da ciò che desidera davvero per sé.
Qui può trovare orientamento, spunti, punti fermi parziali. Ma la decisione, e soprattutto la possibilità di stare meglio con quella decisione, richiede uno spazio che le permetta di guardare dentro questa storia senza essere travolta dal bisogno di una risposta immediata.
Un caro saluto.
capisco bene il bisogno che esprime adesso: non sta solo chiedendo un parere, sta cercando una risposta che chiuda il dubbio, che le dica se vale la pena resistere o se deve rinunciare. È umano, quando una situazione dura da tempo ed è così faticosa.
Provo però a essere onesto con lei, senza spostarmi né indietro né avanti rispetto a quello che ha già portato. La domanda è tossica oppure no? dà l’idea che esista una definizione netta che, una volta pronunciata, risolva tutto. In realtà, da quello che racconta, qui non c’è una verità unica che possa funzionare come soluzione definitiva.
Non perché la situazione non sia problematica, lo è, ed è oggettivamente molto pesante, ma perché il nodo non sta solo nella dinamica esterna. Sta anche nel fatto che lei è coinvolta emotivamente, che ci tiene, che non vuole rinunciare a qualcosa che sente vero. Finché questo resta così, nessuna etichetta potrà davvero sciogliere il legame o darle pace.
Si può dire che il contesto in cui questa relazione si muove oggi è insostenibile. Si può dire che la sta consumando. Ma decidere cosa fare non dipende da una diagnosi della situazione, dipende da quanto lei può e vuole continuare a reggere, e da cosa le sta chiedendo questa storia sul piano personale.
Per questo, più che cercare una sentenza definitiva qui, forse il passaggio è accettare che questa chiarezza non nasce tutta in una risposta, ma da un lavoro più graduale: rimettere al centro se stessa, i suoi limiti, il prezzo che sta pagando, e capire se restare agganciata a questa relazione la avvicina o la allontana da ciò che desidera davvero per sé.
Qui può trovare orientamento, spunti, punti fermi parziali. Ma la decisione, e soprattutto la possibilità di stare meglio con quella decisione, richiede uno spazio che le permetta di guardare dentro questa storia senza essere travolta dal bisogno di una risposta immediata.
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Approfondimento su Narcisismo
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